March 10th
Viale Freggi è una strada che parte da uno spartitraffico e si infila tra gli alberi di una apparentemente tranquilla zona residenziale fatta di villette perlopiù di nuova costruzione, tranne un paio, che invece sono lì dall’inizio del secolo e fanno la guardia alle altre, con le loro facciate serie. Ciò che più contraddistingue queste ultime è il colore: grigio e verde, grigio perché il colore originale mai ravvivato si è scurito e le ha rese simili l’una all’altra e verde perché sono ricoperte di rampicante, che le avvolge e le rende ancora più vetuste di quanto già non sembrino. Tutto il resto delle case ha colori che variano dal verde all’azzurro e non sono male, tutto sommato. Anche la cancellata che le circonda contribuisce a dargli quel certo fascino di vecchio, una cancellata pesante e scura, di quelle che non si vedono più, con le punte. La via è pressoché diritta, con le villette allineate sui lati, e termina a fondo cieco, appena fuori città.
Benedetta abita proprio in una di queste vecchie case, che non ha mai distinto dalle altre più nuove per la loro età, solo recentemente si è accorta di apprezzare il fatto di vivere in un luogo che avesse un po’ di storia. In più era affezionata ad alcune cose legate all’età della casa come il cigolio del grande cancello del giardino o il rumore dei suoi piedi sui sassi scuri, vecchi e sporchi e alla bicicletta di suo nonno, che usava tutti i giorni come principale mezzo di locomozione. Si ricordava di quando lui la salutava con uno squillo di campanello la mattina quando usciva e lei bambina ricambiava con la mano dalla finestra. Aveva anche pensato di aggiustare quel campanello che adesso non funziona più, ma poi pensò che era giusto che fosse stato lui l’ultimo a suonarlo, ne era sicura. Sì quella casa grande e vecchia le piaceva, anche se aveva bisogno di essere sistemata, ma in fondo lei occupava la sua stanza, che era perfettamente a posto e questo le bastava. Abitava lì con la madre e il padre, gli altri due componenti della famiglia Lanzi, con i quali divideva la casa e il suo tempo all’interno di essa, poiché anche se lo spazio non mancava era molto il tempo che passavano insieme, quando potevano.
Era mattino e la sveglia suonò alla stessa ora di sempre. Cioè alle otto. Benedetta si girò un po’ nel letto prima di buttare le coperte per terra e dirigersi scalza in bagno. Dopo pochi minuti era già di ritorno in camera, i suoi passi risuonavano sul parquet scuro in tutta la casa ma le non se ne curò. In camera appese la maglia del pigiama ad un attaccapanni dietro la porta, rimase nuda qualche secondo davanti al cassetto del comò aperto pensando se fosse meglio mettere una maglia rossa o una nera, lei era per i colori classici, non c’era niente di troppo acceso in quel comò. Rossa, si infilò la maglia rossa sopra un reggiseno verde acqua, la lana la pizzicò sulla pelle mentre pensava allo strano abbinamento di colori e al fatto che tanto nessuno l’avrebbe vista in reggiseno quella mattina. Si infilò un paio di pantaloni verdi tipo militare e scese in cucina, sempre scalza.
Sotto i piedi sentiva il freddo del parquet, che non è mai troppo freddo, ma da’ sempre una sensazione di elemento naturale che a lei piaceva molto.
La caffettiera stava già facendo il suo rumore, spense il gas e la prese senza presina, “scotta!” disse ad alta voce, anche se era sola. Non si sedette a bere il caffè perché il fatto di rimanere in piedi, anche se poi ci avrebbe messo lo stesso tempo che se si fosse seduta, le dava l’idea che avrebbe fatto prima.
Tornò in camera correndo su per le scale facendo a due a due gli scalini della grande scalinata di marmo che partiva da davanti al portone di ingresso e saliva al piano di sopra, questa volta i suoi piedi fecero un rumore diverso, appiccicandosi al marmo, molto più freddo del parquet. Si mise un paio di stivali e uscì in bicicletta dal cancello del giardino.
La strada che la portava in centro, verso la facoltà di economia e commercio, dove era diretta, era in discesa quindi non faticò molto, anzi non pedalò affatto per un chilometro circa, prima di fermarsi al semaforo davanti all’ospedale.
Arrivò puntuale come al solito Benedetta per le lezioni di quella mattina, che per la verità non amava molto, non le interessava studiare l’economia e come funziona il mondo del denaro, lei che gli aveva sempre attribuito un valore più simbolico che reale. Perché affaccendarsi tutta una vita a far soldi se poi quello che conta veramente non si può comperare? Non si possono comperare gli affetti, non si può comperare l’arte, non si può comperare il suono di una voce migliore o la bellezza e la salute. Quindi, pensava, era meglio amministrare quelli degli altri, di soldi, non i propri.
Quella mattina a lezione si parlò di Adam Smith, che non le parve più interessante del ragazzo che dalle file più avanti si girava almeno ogni quarto d’ora per guardarla. La guardava con uno sguardo che le piaceva e che lei ricambiava, ma solo quando era lui il primo a osare e fissare gli occhi di lei quella frazione di secondo in più che rendeva lo sguardo non casuale.
Non era la prima volta che succedeva, spesso lui la osservava mentre lei usciva o entrava dall’aula e se lei se ne accorgeva lui non faceva niente per non rendersi colpevole, anzi era lei spesso che abbassava gli occhi per prima, ma solo un istante, per vedere se li avesse abbassati anche lui o era così insistente da continuare a fissarla, e nella maggior parte dei casi era così.
Arrivò il giorno in cui le chiese il numero di telefono, senza una scusa precisa, semplicemente la fermò dopo una lezione di sociologia e le disse:”mi dai il tuo numero di telefono?”, lei lo guardò negli occhi, nascosti dalla frangia di capelli neri che dava allo sguardo di lui un non so che di indifeso, “certo” gli rispose, anche se avrebbe veramente voluto chiedergli come si era permesso e con quale presunzione pensava che lei, Benedetta, gli avrebbe permesso di chiamarla o comunque di dargli una possibilità. E invece non seppe trattenersi e glielo diede, pensando che forse non era poi così grave.
Si lasciò alle spalle le facoltà, e il punto vicino al cancello nel quale lui l’aveva sorpresa così tanto da farle perdere la sua solita fermezza e prese la strada di ritorno, che era in salita, e Benedetta non l’amava particolarmente, soprattutto nelle giornate ventose come quella quando il vento sembrava prendere velocità giù dalla discesa di viale Freggi. Non aveva ancora messo la bicicletta in cantina quando le suonò il cellulare: “pronto?”, “ciao Benedetta, sono Lucio, cosa fai stasera?”, questa volta non la colse di sorpresa, si era quasi già abituata ai ritmi decisamente veloci di lui, ”questa sera sto a casa, non credo che uscirò, perché?”, “..come non credi che uscirai? E se ti invitassi io cambieresti idea?”, “perché dovrei? Se ho deciso di non uscire non vedo perché dovrei cambiare idea” a questo punto ci fu una pausa, anzi sembrava che Lucio non fosse più in linea, poi disse: “passo da te alle 8, andiamo a cena” e riattaccò. Benedetta quasi rise alla convinzione di lui, non era proprio decisa a uscirci, almeno non così presto, quindi salì le scale e andò in camera sua, si stese sul letto e aspettò che sua madre la chiamasse per il pranzo.
Durante il pomeriggio, che passò in casa, non pensò spesso a quello che era successo la mattina, e all’invito di Lucio, se poteva anzi preferiva evitare di pensarci, ma più si avvicinava la sera, e fuori faceva buio, più la sua decisione di rimanere a casa da sola sembrava essere meno convinta, ma non si curò di questa cosa, pensò che evidentemente Lucio doveva piacerle se col passare delle ore stava cambiando idea. Finché alle sette fece una doccia pensando che sarebbe uscita. Fece una lunga doccia di mezz’ora, lasciando che l’acqua bollente passasse su di lei molte volte, soprattutto dietro il collo, sulla nuca, dove aveva la sensazione che lavarsi bene avesse un effetto detergente anche sull’animo, e in qualche modo la mettesse in uno stato di maggior chiarezza mentale. Se poi si lavava con un sapone nuovo, mai usato prima, questo effetto veniva amplificato. Pensava che ci dovesse essere una spiegazione in qualche modo scientifica, che il calore dell’acqua e lo strofinare delle mani avessero un qualche effetto sul cervelletto, che si trovava proprio lì, o almeno lei credeva. Tornò in camera sgocciolando e bagnando con le pedate dei suoi piccoli piedi il parquet, che non veniva trattato con la cera tanto spesso, quindi quest’acqua che cadeva impregnava il legno, lasciandolo macchiato se non si aprivano le finestre per asciugarlo subito. In camera lasciò cadere l’accappatoio a terra, si diresse nuda verso il comò, si infilò un paio di slip rossi e un reggiseno nero. Si stese sul letto, ma si alzò quasi subito perché si accorse dall’orologio che aveva sul comodino che mancavano venti minuti alle otto e ancora doveva asciugarsi i lunghi capelli neri. Se li asciugò in camera, in mutande e reggiseno davanti ad un grande specchio che era vicino alla finestra. Uno di quegli specchi che si appoggiano al pavimento e che girano su loro stessi, il suo non girava perché era rotto.
Alle otto precise suonò il campanello, le sembrò la cosa più ovvia sulle prime ma poi pensò se non fosse stato un po’ azzardato da parte sua rendere pubblico il fatto che lui o comunque un ragazzo fosse venuto a prenderla a casa. Scese le scale lentamente, in fondo non era importante se lui aspettava un po’. ”allora ceni fuori?” le chiese sua madre, “si mamma scusa se non ti ho avvertito, ma ho deciso all’ultimo momento”, ”a giudicare da come ti sei preparata non mi sembra che tu ti sia potuta decidere cinque minuti fa”, “ciao mamma scappo”.
Aprì il portone e vide una macchina scura dall’altra parte del cancello, non seppe dire di che macchina si trattava perché non distingueva le marche o i modelli, la cosa non la interessava e pensava non fosse una cosa femminile, lei sapeva tutto sui fondotinta o le meches, o di che tessuto erano tutti i vestiti del suo armadio. Lui le aprì lo sportello della lunga macchina lucida da dentro, lei apprezzò il gesto, salì e partirono giù per viale Freggi.
Lui non parlò molto durante il tragitto in macchina, tanto che lei si sentiva imbarazzata da questo silenzio, si concentrò sull’auto, che le sembrava molto vecchia ma estremamente pulita e ben tenuta, con le parti nere che luccicavano quasi quanto le cromature. Aveva uno di quei volanti molto larghi e sottili, con le ondulatore anatomiche per le dita, era lucido e nero e le mani di lui si muovevano con destrezza a destra e a sinistra ogni volta che la macchina prendeva una curva.
Si diressero fuori città per qualche chilometro poi la macchina si fermò dove apparentemente non c’era niente, sotto un gruppo di alberi, poi proprio prima di chiedere nervosamente a lui dove l’avesse portata scorse una luce non molto lontano che doveva essere un ristorante o qualcosa del genere. Lui scese e iniziò a parlarle di questo posto, che era veramente speciale, anche se un po’ fuori mano e che non molti conoscevano. Entrarono attraverso una piccola porta in quello che sembrava un posto fuori dal tempo dove l’elemento dominante era il fuoco, molte fiaccole illuminavano le stanze dal soffitto basso e apparentemente nessuna luce elettrica. Benedetta si sentì un po’ smarrita, con sensazioni contrastanti, da un lato le piaceva il posto, così caratteristico (anche troppo, pensò) ma dall’altro forse come prima uscita avrebbe preferito un posto un po’ più illuminato dove avrebbe potuto vederlo meglio. Si sedettero e lui chiese al cameriere una bottiglia di vino rosso di cui lei non capì il nome.
“non ti sembra di essere stato un po’ sfacciato a chiedermi di uscire oggi?”, “e allora perché siamo qui questa sera?”, “beh, perché ho voluti darti una possibilità” gli rispose lei, anche se ci aveva pensato e veramente non le veniva il motivo per cui aveva poi cambiato idea e deciso di uscire. Cambiò argomento: ”allora cosa mi racconti? Parlami un po’ di te, visto che è stata tua l’idea di vederci”, “se me lo chiedi non so che dirti” rispose lui, ma poi cominciò pian piano a parlare, mentre finivano la prima bottiglia e ordinavano la seconda, il posto sembrava diventare sempre più scuro, e mentre il vino faceva il suo effetto, a Benedetta non riusciva più a venire in mente il motivo per cui si trovasse lì a parlare con un ragazzo, apparentemente di qualche anno più grande di lei di cui conosceva poco più che il nome. Finirono la cena, lui pagò e tornarono alla macchina passando per il giardinetto del locale poco illuminato. Salirono nella lunga macchina nera e si diressero verso la campagna.
Benedetta rideva e parlava con Lucio in un modo di cui era stupita, era stupita potesse raggiungere un livello di confidenza così elevato in così poco tempo, ma si divertiva e non pensava molto al resto. Poi lui fermò l’auto in un posto molto buio che Benedetta non conosceva, continuavano a parlare, lei sapeva che stare in quel posto con lui era come rispondere sì ad una domanda sottintesa, ma la cosa non le dispiaceva. Vedeva soltanto il profilo di lui mentre gli parlava, con la luce della luna dietro la sua testa che illuminava la macchina quel tanto che bastava a distinguere il volante e il cambio. Le venne sonno e cadde in uno stato di torpore, appoggiò la testa al sedile e quasi si addormentava quando, in un momento di silenzio lui la baciò.
Anche se qualche minuto prima se lo sarebbe aspettato, fu sorpresa dal primo bacio, lo avvertì come un disturbo al suo sonno e in quello stato di sonnolenza le sembrò uno sforzo rispondere ai baci di lui.
Dopo non molto erano nudi, i corpi uno sull’altro, ma benedetta aveva ancora gli slip rossi, non se li era voluta togliere, “ancora un po’” aveva pensato.
Lui glieli sfilò e le si avvinghiò stringendola e quasi facendole male, poi la penetrò e lei lo lasciò fare.
La mattina dopo Benedetta si svegliò nel suo letto, con la gonna nera ancora addosso. Non aveva chiuso gli scuri, così la luce delle sette entrò nella sua stanza svegliandola, sì alzò, chiuse i quattro scuri della grande finestra e si rimise sotto le coperte.
Non era raro che andasse a letto ancora vestita, sapeva che quando tornava alticcia non aveva voglia di spogliarsi, una volta non aveva tolto neanche gli stivali, ma le pareva che in questi casi il sonno fosse meno riposante.
Non riusciva a pensare ad altro che a quello che era successo la sera prima, di cui aveva ricordi appannati, così, un po’ per smettere di pensare decise di alzarsi e di andare a fare una doccia, portò lo stereo in bagno e ascoltò “Simpathy for the Devil”.
Era Sabato mattina.
Benedetta dopo la doccia scese per la colazione e incontrò la madre che stava finendo il suo caffè, ”ti sei divertita ieri sera?” le chiese, “si abbastanza, il posto era carino e anche quel ragazzo che mi è venuto a prendere”. Si stupì di averle fatto questa confidenza, ma lei in tutta risposta parve non curarsene, dopo aver scambiato qualche altra battuta di poco interesse con la madre uscì e si diresse in centro.
Scese con la bicicletta giù per viale Freggi, guardando le foglie sopra cui passava, verdi, gialle, marroni e rosse, la velocità della bici le faceva volare a destra e a sinistra; ripensò a Lucio, a quanto aveva voglia di rivederlo adesso. Anzi, appena arrivò davanti al negozio di vestiti verso cui era diretta prese il telefono, pensando di mandargli un messaggio, ma mentre scorreva la lista delle chiamate ricevute, per ricavarne il suo numero, si accorse che non c’era la sua chiamata di ieri, che non era rimasta registrata, “strano” pensò tra se e se, ma non ci fece molto caso, sicura che lui l’avrebbe richiamata presto entrò nel negozio e si provò una maglia nera. La comprò, 120 euro non in saldo e si diresse senza una meta precisa verso la piazza. Ripensò una volta in più alla sera prima, ripercorrendo con la mente tutto quello che era successo, tutti i discorsi fatti a cena e soprattutto quello che era successo dopo, anche se non se lo ricordava perfettamente a causa dell’alcool che aveva bevuto.
Si sentiva strana, abbastanza tranquilla ma in uno stato elettrico che non si spiegava, tutto quello che aveva intorno sembrava vederlo con occhi diversi, come se fosse tutto più a portata di mano, più facile da ottenere e raggiungere.
Si diresse verso la facoltà, anche se era Sabato mattina, la biblioteca doveva essere aperta e voleva chiedere a qualcuno se aveva visto Lucio quella mattina, o guardare in giro nella speranza di vedere qualcuno che le ricordasse lui, qualcuno insomma che lo conoscesse. Arrivò in biblioteca, una biblioteca universitaria abbastanza tipica, non curata nell’aspetto ma piena di ragazzi intenti a studiare e scambiarsi appunti.
Incontrò una sua amica alla quale fece domande vaghe su Lucio, senza far trapelare nulla di quello che era successo la sera prima, ma Ivana, non sembrava ricordare questo ragazzo moro, che Benedetta si era stupita nel trovarsi definire “bellissimo”. Nè Ivana nè nessun’altra delle sue amiche sembrava aver mai visto Lucio, alcune per un attimo sembravano ricordare, sulle prime lo scambiavano per un altro, ma al suo nome, Lucio, sembrava non rispondere nessuno.
Benedetta tornò a casa per pranzo un po’ in ritardo, le ricerche si erano estese anche ai bidelli, tanto le sembrava strano che nessuno lo avesse mai visto, aveva anche iniziato a pensare che ci fosse una specie di gioco in atto contro di lei, ma poi si era ricreduta, quando chiedeva a persone che non avevano niente a che fare le une con le altre e tutte le davano la stessa risposta: “Lucio chi??”
Il fine settimana passò tranquillamente, ma di Lucio nessuna notizia e nessuna traccia, Benedetta aveva anche pensato di essersi sognata tutto, o di essere uscita con qualcun altro e che il vino bevuto le avesse fatto perdere la ragione tanto da sconvolgerle il ricordo di quella serata. Era preoccupata, Domenica notte non riuscì a dormire e Lunedì mattina si decise a controllare nei registri degli studenti. Il registro degli studenti dovette andare a prenderlo in segreteria, e non fu un’impresa facile. La stanza era chiusa da una porta a vetri, di cui pochi avevano la chiave. Dovette chiederla ad un vecchio professore di storia, che sapeva avere un debole per lei e sicuramente non le avrebbe rifiutato la richiesta.
La ricerca fu inutile, non c’era nessun Lucio.
Il Martedì mattina della settimana seguente la sveglia di Benedetta suonò alla stessa ora di sempre, le otto, il suono stridulo parve darle più fastidio del solito.